Edilizia – una attività lasciata allo sbando

di Sergio Vianello* 

Alto indice infortunistico

L’edilizia di per sé si caratterizza come un settore con un’elevata presenza di malattie professionali e con il più alto indice infortunistico, spesso di casi mortali. Una tendenza che, pur decrescendo, continua ad essere rilevante; secondo i dati Inail del 2018 si è passati dai 109 decessi del 2013 agli 80 del 2017.

Rilevante è il rischio derivante dal lavoro “in quota”; le cadute dall’alto rappresentano, infatti, un terzo degli infortuni nell’edilizia, nello specifico da tetti o coperture, da scale o ponteggi, da parti in quota di un edificio (balconi, terrazzi etc.) e da macchine da sollevamento.

Per lavorare su ponteggi o tetti è richiesta non solo esperienza e prudenza, ma anche una condizione fisico-psichica ottimale; questo significa avere un corpo allenato, agile, forte, libero da dolori o da limitazioni dovute al naturale passare degli anni o a patologie sopravvenute nel tempo.

Un comportamento che dovrebbe riguardare innanzitutto il buonsenso e la logica e che, tuttavia, non viene quasi mai messo in pratica o rispettato. Ogni giorno, in cantieri di diverse dimensioni, lavoratori anziani mettono a repentaglio la propria incolumità continuando a svolgere mansioni che dovrebbero essere appannaggio solo di individui più giovani.

Invecchiamento della forza lavoro

Qual è la ragione del perdurare di questo continuo stato di rischio? Non esistono leggi o norme che tutelino queste categorie di lavoratori, magari agevolandone il pensionamento?

La risposta la troviamo dell’articolo 1, commi da 179 a 186, della legge di bilancio 2017 (legge 11 dicembre 2016 n. 232) che ha introdotto l’istituto della Ape sociale, previsto in via sperimentale per gli anni 2017 e 2018 poi esteso al 2019 dal d.l. 4/2019.

Nelle undici categorie professionali di lavoratori dipendenti che svolgono mansioni gravose definite dalla normativa, sono ricomprese anche l’edilizia e la manutenzione degli edifici. I lavoratori che svolgono attività gravose hanno facoltà di chiedere l’Ape sociale a condizione che abbiano “raggiunto il sessantatreesimo anno di età unitamente ad almeno 30 o 36 anni di contributi”, oppure possono avvalersi della pensione anticipata al raggiungimento di 41 anni di contributi a prescindere dall’età anagrafica a condizione, però, di aver maturato almeno 12 mesi di lavoro effettivo prima del diciannovesimo anno di età (lavoratori precoci) e di aver svolto attività “gravosa” per almeno 7 anni negli ultimi 10 di attività lavorativa o 6 anni negli ultimi 7.

Vi sono tuttavia due importanti discriminanti. La prima è che l’accesso ai benefici sopra elencati resta ancorato a un vincolo di bilancio annualmente stabilito determinando, qualora le risorse finanziarie non siano disponibili, il posticipo della data di decorrenza del beneficio.

La seconda riguarda la limitazione ai soli lavoratori dipendenti del riconoscimento dell’attività gravosa escludendo i lavoratori autonomi ivi compresi gli artigiani per i quali nulla è previsto. Se si considera che nei cantieri lavorano in percentuale preponderante proprio gli autonomi, il problema connesso all’andamento infortunistico “in quota” si aggrava. Idraulici, muratori, manovali, elettricisti, serramentisti, gessisti e altre figure professionali, sono i lavoratori non inquadrati come dipendenti che si alternano in un cantiere durante le diverse fasi della costruzione. Sono un esercito di persone spesso prive di tutele, senza obbligo di formazione e sorveglianza sanitaria, carente di informazioni e addestramento e che lavorano in subappalto o talvolta addirittura senza un regolare contratto, magari in nero.

Lavoratori autonomi

Trattasi di lavoratori – titolari di ditte individuali

– che non dispongono di paracaduti sociali e assistenze nel caso di malattie temporanee o inidoneità a determinate mansioni, derivanti da una delle numerose e probabili malattie professionali che possono colpire chi opera nell’ambito edilizio con l’avanzare dell’età. Spesso nei cantieri si incontrano individui “costretti” a lavorare anche in caso di difficoltà e non perfetta forma fisica, con tutte le conseguenze negative che ciò può comportare.

Non solo, in uno scenario come quello sopra rappresentato va considerato un ulteriore elemento di criticità. Nessun lavoratore “edile” può in nessun caso usufruire delle agevolazioni pensionistiche previste dal decreto legislativo 21 aprile 2011, n. 67 “Accesso anticipato al pensionamento per gli addetti alle lavorazioni particolarmente faticose e pesanti, a norma dell’articolo 1 della legge 4 novembre 2010, n. 183” per quei lavori definiti “usuranti”, le attività edili, infatti, non rientrano – in maniera sorprendente – in nessuna delle tipologie previste dalla legge.

Possibili soluzioni

Quale soluzione può essere adottata per rendere più tutelato chi lavora nell’edilizia? Mutare completamente la situazione in tempi brevi è utopistico. Tuttavia, si possono mettere in pratica alcuni correttivi in grado di migliorare le condizioni lavorative di chi opera in questo ambito.

Il primo è, per l’appunto, far rientrare tra i lavori “usuranti” l’attività edile già riconosciuta come “gravosa”.

Il secondo potrebbe riguardare l’obbligatorietà della formazione, specie in materia di sicurezza e sorveglianza sanitaria anche per i lavoratori autonomi.

Il terzo – a parere dello scrivente il più importante – potrebbe essere l’introduzione di requisiti professionali obbligatori certificati, per tutti coloro che operano in un cantiere. Oggi purtroppo non è richiesta alcuna specifica competenza e chiunque, senza la minima preparazione o conoscenza tecnica, può operare in ambito edile come lavoratore autonomo e proporsi sul mercato. Si potrebbe mutuare la normativa adottata per tutte le imprese operanti nell’ambito impiantistico, le quali, per operare e rilasciare la famosa “Dichiarazione di Conformità”, devono necessariamente ottenere dalla C.C.I.A.A. l’apposita abilitazione che si consegue anche attraverso il riconoscimento delle pregresse esperienze e professionalità. Quanto sopra proposto potrebbe non essere la soluzione delle problematiche connesse all’elevato rischio infortunistico in ambito edilizio soprattutto per quel che concerne il lavoro “in quota”, ma sicuramente si limiterebbe l’improvvisazione che molto spesso causa infortuni evitabili solo con la consapevolezza e conoscenza di questa difficile attività, spesso frutto di passaggi generazionali tra padri e figli.

*Ordine Ingegneri di Milano, Osservatore esterno Commissione lavoro Odcec Milano

 

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